Il duo romano Gbresci pubblica il primo album Giochi Stupidi (Border Records). Le undici tracce sono una lunga colonna sonora carica di delusione e amarezza verso un mondo freddo e ostile, a cui si contrappone la dolcezza dei rapporti interpersonali e la forza della creatività.
Partendo da esperienze vissute in prima persona: da riflessioni dopo un rave, cadute da rupi nel deserto, giornate vuote durante il lockdown, Gbresci tracciano un affresco sulla quotidianità urbana di chi sta entrando nel mondo lavoro, sta cambiando il modo di vivere la quotidianità e le amicizie in una Roma benedetta e maledetta allo stesso tempo.
L’impianto musicale di Gbresci risente di diverse influenze: attitudine post rock, sound aspri, metodicità pop lo-fi e flussi elettronici, assecondano i momenti di rabbia, le cadute nella tristezza, i barlumi di speranza di questo collettivo così estroso ed espressivo.
Gbresci traccia per traccia
Che cosa resta quando uno sparisce? La domanda aleggia su Giochi stupidi, title track dell’album che apre, su idee post punk, ma anche con qualche variabile curiosa e fantasiosa.
Uno Spettro viene di notte, insieme ad altre entità inquietanti all’interno di un brano lattiginoso e oscillante, in un brano scritto per scacciare il vuoto.
Vacanze italiane è l’anti-canzone estiva, che parla di una stagione orrenda caratterizzata da gente orrenda. Il pessimismo dei Gbresci tocca un vertice notevole, con sonorità vibranti e un battito regolare. Come se fossero la versione zombie dei Righeira, i due demoliscono i luoghi comuni e il buon umore estivo. “E vai col synthino”, ok ragazzi.
L’umore è plumbeo anche nel Giorno perfetto, a dispetto delle dita a forma di cuore e di altre amenità varie. Non c’è Lou Reed qui, ma c’è un atteggiamento per cui “Prendo tutto ciò che puoi darmi”.
Risonanze new wave in una più vivace Ordinaria vita, che si guarda allo specchio e si confronta con i propri sensi attutiti e le sensazioni inesistenti, là dove doveva esserci qualcosa di forte.
Un momento di calma, anche se depressa, arriva con Catrame, che le tastiere portano in qualche posto lontano da tutto. Momenti di liquefazione e inseguimenti di chitarra si riscontrano in Dove non prende, racconto di luoghi che non sono luoghi, e di scelte che rimangono a metà.
Si va un po’ più in là della dark wave con i riferimenti di William Blake, con un brano ovviamente oscuro ma anche esplosivo, montato quasi come un pezzo nu metal, con influenze dichiarate a gran voce.
Ritratto oscuro quello che esce da Roma, battagliera e disperata per quanto riguarda il testo, ma cantata sempre come nel mezzo del momento peggiore della depressione.
Battito ossessivo quello de La Trap, che procede come un elenco, surreale e stralunato. La chiusura torna a modalità un po’ più moderate, almeno sulle prime: il girotondo di Per Sempre si fa anche vorticoso, ma comunque senza uscite positive.
Dopo Codici, uscito nel 2021, era lecito aspettarsi qualche evoluzione nella scrittura dei Gbresci, e le attese non vanno deluse: il disco è molto vivo (per quanto non molto felice di esserlo) e vario, meritevole di approfondimento e di ascolti.