Si chiama Schengen il quarto lavoro di BJM Mario Bajardi. Il disco è formato anche da brani composti per opere audiovisive e teatrali durante questi ultimi anni, tra cui “Officium”, composto in tre atti/momenti per l’ ononimo cortometraggio diretto da Giuseppe Corleo, e “Insemina” additional music del cortometraggio “Sweetheart” (2015) diretto da Miguel Angelo Pate.
Come già accaduto per il precedente Inverse Ep anche “Schengen” si giova di un grande contributo sonoro tratto dal recente progetto “BlendInstrument Motion Textures” prodotto da Bajardi per la software /music library company “8DIO”, arricchendo la palette timbrica ed espressiva nella composizione dei brani del racconto “Schengen”.
Mario Bajardi traccia per traccia
Il lavoro di Bajardi si apre proprio con i primi due capitoli di Officium. Le musiche partono così eteree da scatenare una sorta di coro angelico. La seconda parte invece parte dal basso e si occupa di discorsi più terreni, come le percussioni e gli effetti noise, che incatenano le voci angeliche, ora spezzettate, al suolo. Tanto da diventare spesso molto secche e taglienti, quasi dovessero impartire ordini.
Si procede poi con le oscurità di Transmigration, in cui al sottosuolo drone/industrial si oppongono suoni di synth più speranzosi. Kaos Therapy in realtà non è così caotica, ma si inerpica per strade elettroniche quasi parodistiche sulle prime, salvo far risuonare una chitarra elettrica dalla cima della canzone.
Si procede poi con Nova, evidentemente figlia di suggestioni dub, sintetizzate ed elettrificate. Il pezzo si allarga a sorprendenti sonorità bombastiche nella seconda parte. Lighthouse si alza leggera in spazi quasi dell’iperuranio, anche se qualche tentazione metallica si insinua qui e là. Opulence torna a modi striscianti e cupi, con una sensibilità che può ricordare parti più recenti della carriera dei Depeche Mode o dei NIN.
Sono più contenute le Schengen Memories, che si muovono con passo pesante ma anche con una dinamica piuttosto drammatica. Si torna alla suite Officium con la terza e ultima parte, caratterizzata da un certo grado di dolcezza e malinconia, figlia soprattutto dell’uso del pianoforte e del ritorno dei cori.
Diva chiude tecnicamente il lavoro, bonus track a parte, con le voci vere di profughi e salvatori trattate in modo elettronico fino a rendere l’angoscia del salvataggio. Il pezzo si fa largo poi tra dinamiche industrial sempre più claustrofobiche. La bonus track è Insemina, configurata per suonare in modo piuttosto astratto, ma con qualche meccanismo propenso a incepparsi.
Un disco probabilmente complesso da scrivere ma semplice da ascoltare, quello di Mario Bajardi. Tra le suggestioni “spaziali” e temi molto concreti e controversi come quelli delle masse dei migranti che si spostano, Bajardi sceglie di alzare lo sguardo. E lo fa spesso con ottima qualità e con qualche soluzione originale.