
Rescue traccia per traccia
Si parte in maniera morbida e acustica con Intro (below a pillow), che parte con atteggiamento sonoro molto minimalista, per poi diventare un po’ meno minimal con il procedere della canzone, che porta con sé sensazioni indie folk ma anche paesaggi da cantautore con vedute ampie.
Ritmi più complessi e bassi più profondi all’interno di Animal, animata da battiti debitori dell’indie rock e anche da tensioni riconducibili al pop. Ci si placa un po’ con Night, che comunque ha ritmiche a salire, e incisi di chitarra e piano di buon sapore. Tasti bianchi e neri anche nell’introduzione di Drunk Heart, in cui morbidezza e malinconia prendono possesso della scena, con ispirazioni rafforzate dagli archi.
Melodia e ritmo vanno di pari passo con In Heaven or Nowhere, che presenta fin dalle prime battute un drumming molto marcato e netto.
Si parte con le chitarre per le vie stellari di Starfield, tra le più veloci e animate del disco. Si torna alla moderazione con Alive, che propone diversi livelli di arpeggio, a costruire un’orchestrazione armonica piuttosto articolata.
Tunnels si apre su note di pianoforti lontani, che si avvicinano, insieme a tamburi lievemente minacciosi. C’è la sensazione di qualcosa che arriva in modo minaccioso all’interno di questo pezzo, ma la tensione è stemperata dal cantato gentile.
Una certa malinconia in tratti distinti accompagna Afraid all The time, che ancora una volta prende spunto dal piano. Le atmosfere si fanno cupe a tratti, con una coda più appuntita di quanto le prime battute lasciassero supporre. La chiusura del disco è affidata a Outro (August Rush), molto morbida e delicata. Il finale è per lo più strumentale, in crescendo.
Il disco di Rescue ha molte tentazioni pop (non è un male, di per sé) ma le tiene a bada con una certa cura del particolare che mantiene buone forme melodiche ma anche una più che decente fase ritmica, all’interno di un discorso dalla vocazione evidentemente internazionale.